ARCHIVIO STORICO ENRICO MARIA SALERNO
SEZIONE SINDACALE


Il riordinamento della Sezione Sindacale dell’Archivio Storico Enrico Maria Salerno è stato realizzato con il contributo di


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L'Archivio Storico Enrico Maria Salerno raccoglie oltre 30.000 documenti sulla carriera del grande attore e regista e sulla storia dello spettacolo italiano del '900.

All'interno del progetto di riordino dell'Archivio, si è scelto preliminarmente di valorizzare la Sezione riguardante una parte nascosta dell'attività di Salerno: il suo impegno nella fondazione e nel sostegno di un sindacato di categoria degli artisti dello spettacolo.

La ricerca sui documenti della Sezione Sindacale sta svelando la storia di un movimento sindacale dei lavoratori dello spettacolo che ha i suoi fondamenti nella seconda metà dell' Ottocento e che prosegue - con l'interruzione del fascismo - fino ai giorni nostri. Fra i protagonisti, accanto a Salerno, i nomi più prestigiosi dello star system di ogni epoca. Emerge l'immagine di un "mondo dello spettacolo" colto da un punto di vista assolutamente originale e sorprendente.

100 ANNI DI LOTTE SINDACALI
PER LA DIGNITA' DEL LAVORO ARTISTICO

Pochi se ne ricordano, ma c'è stato un tempo in cui gli attori uscivano nelle piazze alla testa di grandi manifestazioni, organizzavano scioperi e picchetti ed i giornali erano pieni delle loro gesta. Non gesta di attori, divi dello spettacolo, ma di agitatori sindacali e politici.
Quel tempo, che quasi nessuno ricorda, era appena ieri. I nomi di quegli attori, che tutti ricordano - ma per altri motivi - sono Anna Magnani, Gino Cervi, Vittorio De Sica, Arnoldo Foà Enrico Maria Salerno, Marcello Mastroianni,, Vittorio Gassman, Lina Volonghi, , Gianna Piaz, Giancarlo Sbragia, Gian Maria Volonté, Ivo Garrani, Edmonda Aldini, Pino Caruso, Nino Manfredi, Amedeo Nazzari, Paolo Panelli, Ave Ninchi … e tutti gli altri che con loro e molto prima di loro, nel corso di 100 anni, hanno combattuto per un principio banale ma difficile da affermare: anche un attore è un lavoratore e, come tale, ha dei diritti che il datore di lavoro deve rispettare.
L'attore un lavoratore? L'artista strapagato, capriccioso, circondato dal lusso. La star che vive sui giornali, spregiudicata nell'uso della pubblicità … un lavoratore?
Quando gli attori italiani scesero in agitazione negli anni '60 alcuni giornali titolarono: "Scioperanti in Cadillac".
Che lavoratore sarà mai l'attore?
Ovunque e da sempre, per ogni divo consacrato ci sono migliaia di suoi colleghi che a fatica trovano qualche scrittura in teatro o in cinema e a stento arrivano alla fine del mese. Il lavoro nello spettacolo è quanto di più incerto si possa immaginare e i contratti sono appena più garantiti di quelli degli agenti dei servizi segreti. A volte miliardari, quasi sempre miseri, perennemente affacciati sulla disoccupazione. Co.Co.Co. , interinali, atipici, lavoratori "in affitto" : tutte le forme del precariato moderno sembrano fotocopiate su un unico originale: il contratto di scrittura teatrale. Quello che da più di cent'anni tiene l'attore in equilibrio incerto sul suo palcoscenico.
Eppure gli attori, se solo si guardassero alle spalle, si accorgerebbero di avere poco da lamentarsi. I loro antenati erano addirittura dei perseguitati. In Svezia, agli inizi del 1500, i saltimbanchi sorpresi a recitare per strada, potevano essere uccisi senza che l'atto costituisse reato penale. L'assassino era tenuto a risarcire gli eredi dell'ucciso un paio di scarpe nuove, un paio di guanti e un vitello di tre anni.
Ma neppure in seguito se la passarono bene. Altrimenti che bisogno avrebbe avuto il giurista Enrico Rosmini, nel 1872, di scrivere: "Tutti i cittadini godono egualmente i diritti civili e politici e persino gli stranieri godono dei diritti civili [ …] Adunque, anche gli attori devono godere di tutti i diritti che risultano dalla legge comune" ?

E gli attori, nel frattempo, per sopravvivere si organizzavano, costituiscono Compagnie. La più antica di cui abbiamo documenti ufficiali è quella fondata a Padova da Giovanni Maffeo, davanti al Notaio Fortuna, il 25 febbraio del 1545. E' una vera e propria cooperativa il cui Statuto prevedeva già allora le soluzioni ai problemi di sempre: l'assistenza e l'assicurazione in caso di malattia di un attore, la divisione delle spese e la comunione degli utili, l'organizzazione della tournée, la nomina del regista e la scelta del repertorio. Questo carattere "autogestito" delle Compagnie si protrasse per secoli, fino a quando, in pieno '800, lo spettacolo cominciò a diventare un'industria. Nascevano le imprese e gli impresari, i proprietari di catene di teatri, i distributori nazionali. Gli attori diventano dipendenti d'impresa. Le scritture teatrali sono regolate da contratti - capestro. Lo scritturato deve far fronte alle spese per i costumi, i viaggi, non ha compenso per le prove, non ha riposi pagati, se si ammala può essere licenziato in otto giorni e, se non ha successo di pubblico, l'impresario lo caccia dalla Compagnia senza compenso. Naturalmente non esistono pensioni di invalidità o vecchiaia. Alla fine dell'Ottocento Carlo Lotti, protagonista della vita teatrale, scrive: "Mentre tutti i componenti le varie classi della società fondano casse di previdenza affinché chi vive del lavoro possa trovare aiuto nella sventura e un onorato riposo nella vecchiaia, i soli artisti di teatro non hanno voluto provvedere al loro avvenire".
L'appello viene finalmente raccolto. Nel 1902 la Società di Previdenza fra gli Artisti Drammatici compie i suoi primi dieci anni di vita. E' animata dai grandi attori del tempo; Tommaso Salvini, Adelaide Ristori, Eleonora Duse, Ermete Novelli, Ermete Zacconi, Ernesto Rossi. E comincia ad erogare le prime pensioni di vecchiaia e i sussidi di malattia.
Contemporaneamente anche gli attori meno affermati si organizzano. Nasce il sindacato di impronta socialista. Dal 1903 la Lega di Miglioramento fra gli Attori Drammatici diffonde un suo glorioso organo di stampa: L'Argante. Vi si legge: "Lega e Contratto Unico del Teatro esistono! L'aumento rilevante di soci è l'inizio di una nuova era, di un risveglio salutare". E altrove: "La Lega raggiungerà i suoi altissimi scopi il giorno in cui potrà ordinare e sostenere un giusto sciopero".
E presto arrivano gli scioperi.
Durante la guerra del '15 -'18 la situazione degli attori si aggrava: il pubblico diserta i teatri. Cresce invece la cinematografia. Per gli attori è una possibilità di nuovo guadagno. Nel Contratto Nazionale del 1917 compare una clausola sconosciuta fino ad allora: "Il Capocomico non permetterà allo scritturato, neppure durante il periodo di riposo non pagato, di prendere parte alla formazione di pellicole cinematografiche".
La goccia fa traboccare il vaso. L'Argante titola: "Scritturati, non schiavi!".
Virgilio Talli è uno dei più affermati capocomici dell'epoca. Nel luglio del 1918 dodici attori della sua compagnia chiedono la libertà di recitare davanti alla cinepresa, lui rifiuta. Si arriva allo scontro fisico. E' il primo atto della ribellione. Nel 1919 viene proclamato lo sciopero contro gli impresari. L'opinione pubblica simpatizza con gli scritturati. In numerosi contratti del 1919 la clausola sul divieto di lavorare al cinema, scompare.
L'ultimo grande sciopero è del 5 gennaio 1822 - sostenuto dal periodico della neonata Confederazione dei Lavoratori dello Spettacolo: "Battaglie Teatrali".
Il 28 ottobre 1922 ogni speranza ha fine. Durante la "marcia su Roma", viene distrutta la sede del Teatro del Popolo, fondato da Campanozzi alla testa della Lega dei Comuni socialisti. Le organizzazioni sindacali degli attori vengono sciolte. L'Argante diventa organo della nuova arte fascista.
Già nei contratti del 1923 ricompare il divieto per i teatranti di recitare in cinema. Evidentemente gli impresari si erano schierati dalla parte del fascismo con più efficacia degli attori.
Comincia il Ventennio, riassumibile in questa frase del Regolamento collettivo del teatro del 1936: "La compagnia deve osservare scrupolosamente le disposizioni della legge di Pubblica Sicurezza …. Il capocomico è personalmente responsabile anche delle infrazioni commesse da qualsiasi attore della sua compagnia". L'attore torna d'un balzo ad una condizione simile a quella dettata dal Concilio di Magonza quasi 1000 anni prima: un essere irresponsabile, pericoloso, da tenere al guinzaglio sotto la sorveglianza dell'autorità.
E' da questa concezione dell'attore, durata vent'anni, attraverso una guerra devastante, la divisione in due della nazione, la necessità di compromettersi per sopravvivere, da qui dobbiamo partire per ritrovare il nostro "lavoratore dello spettacolo" e seguirne le peripezie nell'immediato Dopoguerra.
Nuovamente una crisi post-bellica; nuovamente l'urgenza di alzare la testa, quando le tempeste della Storia lasciano il posto alla voglia di vita e quindi di spettacolo. Ma il contesto è profondamente mutato: bisogna ricostruire il cinema italiano e sostenere l'assalto delle major americane: a Roma, il 25 febbraio 1949 si svolge la più grande manifestazione della gente di spettacolo di tutta la storia: in decine di migliaia marciano verso Piazza del Popolo. Alla testa del corteo, spalla a spalla, avanzano Gino Cervi, Anna Magnani, Vittorio De Sica e il Segretario della CGIL Giuseppe Di Vittorio. Percorrono Via del Corso. La "celere" carica con le camionette ma non riesce a fermare i dimostranti. La grande prova di forza costringe il governo a varare primi provvedimenti a favore della cinematografia italiana.
1954: l'avvento della televisione muta radicalmente il sistema dello spettacolo e il quadro delle relazioni sindacali. Il piccolo schermo svuota i cinema e i teatri ed impiega gli attori su un set tutto nuovo, con macchine sconosciute: le telecamere. L'attore prende coscienza di essere entrato - per dirla con Benjamin - "nell'era della sua riproducibilità tecnica".
Il 26 febbraio 1960 nasce la Società Attori Italiani, Presidente Cervi, con Manfredi, Mastroianni, Salerno, Foà, Sbragia e l'avvocato Cortina. Dopo pochi mesi la SAI conta fra i suoi iscritti la maggioranza degli attori italiani. Gassman ospita sedute oceaniche nel suo "teatro-circo". Contratti RAI e diritti sulle riproduzioni video, contratti del teatro, del cinema, regolamenti di palcoscenico, previdenza, minimi di paga, accesso alla professione, diritti sindacali, censura: ecco i temi di una vertenza che si sviluppò fra scioperi e manifestazioni per un decennio. Mai, come negli anni '60, i protagonisti della scena furono anche protagonisti sindacali. Cervi, Foà, Salerno, Sbragia erano tribuni capaci di infiammare le platee, di trascinare migliaia di iscritti ad una lotta che non fu senza prezzo: si dovette costituire un Fondo di Solidarietà per sostenere gli attori boicottati dalle produzioni per il loro impegno sindacale.
Nasceva nel frattempo il principio del Teatro in Cooperativa con forte impronta civile. L'avanguardia è costituita dalla Compagnia degli Attori Associati: ancora una volta Salerno, Sbragia, Garrani con la Piaz, Cucciola, la Valeri, Volonté… Nel '61 il Teatro Parioli programmò lo spettacolo Sacco e Vanzetti. Rischiò di essere chiuso dalla polizia. A presidio accorsero Giorgio Amendola, Sandro Pertini e il Segretario Aggiunto della CGIL Ferdinando Santi.
Nel '65 la mobilitazione della stampa non bastò a proteggere Volonté ed il Vicario: lo spettacolo più duro sulle sospette relazioni vaticane col nazismo. La polizia assediò la Compagnia, asserragliata al teatrino di Via Belsiana, a Roma, per tre giorni.
Poi sarebbero arrivate le manifestazioni alla Mostra del Cinema di Venezia del '68, le battaglie contro la crescente censura e l'ingerenza governativa nella cinematografia. Nanni Loy, Francesco Maselli, Ugo Pirro erano fra i più accesi, nel movimento. Nel 1973 Franca Rame è vittima di un pestaggio fascista. La SAI proclama in tutti i teatri italiani il Mese Antifascista dello Spettacolo. Prima di ogni rappresentazione viene letto alla platea un documento politico di condanna. Dunque, all'agenda sindacale si affianca quella politica. Ma le due marciano insieme perché i provvedimenti di austerità scelti dal governo di fronte alla crisi energetica dei primi anni '70, impongono la chiusura serale anticipata per i locali di spettacolo. La TV manda gli italiani a letto alle 10,30. Per i lavoratori è un nuovo durissimo colpo.
Le battaglie degli anni successivi ebbero nuovi ordini del giorno e la Società Attori Italiani avviò nel 1979 la propria trasformazione in Sindacato. In quegli anni si producono film e sceneggiati TV con prevalenza di attori americani. Gli attori italiani, utilizzati in ruoli secondari, sono costretti a recitare in inglese o a farfugliare sequenze di numeri che al doppiaggio verranno sostituiti dalle battute. Ancora una volta agli attori non resta che ribellarsi. Pino Caruso, segretario del SAI, dovrà fronteggiare le Major sulla questione del "voce-volto", della recitazione in "presa diretta", dei finanziamenti pubblici concessi a produzioni scopertamente straniere. La battaglia è durissima ma il Sindacato porta a casa qualche buon risultato. Nel frattempo il cinema approfondisce la propria crisi produttiva e di idee. Il teatro sopravvive in trincea. La nascita delle TV commerciali costituisce una svolta ulteriore, ma su questa soglia - che riguarda il presente della televisione ma anche del cinema e dello spettacolo dal vivo - l'epopea degli attori si ferma per cedere il passo ad un dibattito politico ancora tutto da costruire.
La storia della sindacalizzazione degli attori non può essere dimenticata, anche per i suoi esiti: negativi per le numerose sconfitte subite negli anni; ma anche positivi, per la conquista del principio che l'artista sia un lavoratore e debba godere di diritti. Positivi soprattutto per il riconoscimento del diritto a ricevere un compenso per le riproduzioni audio-video, così come gli scrittori godono di diritti sulle vendite dei loro libri. Gli attori lo rivendicarono fin dal '60, considerandosi "autori" della propria interpretazione. Il principio è stato recepito dalla legislazione italiana attraverso l'Istituto Mutualistico Artisti Interpreti Esecutori (IMAIE), il 5 febbraio 1992.
Rosmini aveva scritto: "L'artista che riproduce in azione i pensieri e gli affetti del poeta, è spesso poeta egli medesimo e crea". Era il 1872.

Fabio Cavalli

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