Enrico Maria Salerno

Percorso: Home - teatro_e_carcere - Eventi_speciali_fra_Carcere_e_Scuola - Amleto a Rebibbia per gli studenti delle Scuole Superiori

Centro Studi Enrico Maria Salerno

Amleto
di William Shakespeare

tradotto e interpretato dai Galeotti Meridionali in Transito per Roma

con la Compagnia dei Liberi Artisti Associati
adattamento di Fabio Cavalli e Cosimo Rega
regia Fabio Cavalli

PER GLI STUDENTI DELLE SCUOLE SUPERIORI DI ROMA E PROVINCIA

dicembre 2007 - febbraio 2008
Teatro di Rebibbia N.C Via Raffaele Majetti - Roma

Sette recensioni under 18

«Oggi la platea è fatta di studenti» ha commentato Ettore Ferrara, Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria «penso sia utile fare questo tipo di esperienze che avvicinano la società e il carcere. Quando questo avviene si sviluppano delle energie positive»

A Rebibbia i detenuti diventano attori
di Antonella Gaetani
RomaSette 11 dicembre 2007 

 

Nei mesi di dicembre 2007 e febbraio 2008 lo spettacolo Amleto di William Shakespeare realizzato dalla Compagnia dei Liberi Artisti Associati del Carcere di Rebibbia N.C. è stato replicato per gli Studenti delle Scuole Superiori di Roma e Provincia.

Il Progetto è stato realizzato in collaborazione con Assessorato alle Politiche Scolastiche della Provincia di Roma.

SETTE RECENSIONI UNDER 18
DAL LICEO CLASSICO ORAZIO - ROMA

Primo scritto
Di recente è stata messa in scena una tra le opere più conosciute di Shakespeare, l’Amleto, nel teatro del carcere di Rebibbia. È stato uno spettacolo particolare, visto che gli attori erano ergastolani e la traduzione è stata fatta nei diversi dialetti del sud Italia a seconda della provenienza dei detenuti. Questo fatto ha reso maggiormente realistica l’interpretazione. Anche la trama è stata rivisitata in chiave moderna, e ambientata all’interno di una famiglia coinvolta in losche vicende camorristiche, in cui anche tra fratelli si è disposti a uccidere.
Gli “attori” fanno parte di un gruppo nato più di tre anni fa all’interno della Sezione Alta Sicurezza del carcere, quello dei Liberi Artisti Associati, accomunati dalla passione per il teatro e dalla voglia di “evadere” dalla realtà semplicemente salendo su un palco e recitando. È bastato guardarli interpretare il proprio personaggio per capire che molti di loro, se avessero fatto gli attori nella vita, avrebbero ottenuto successo.
La confessione di Claudio, in bilico tra il pentimento e il senso dell’onore, il monologo finale di Orazio, che ha concluso lo spettacolo con il suo discorso filosofico sull’importanza dell’essere, mi hanno fatto venire i brividi; non a caso l’applauso al termine della rappresentazione è durato più di cinque minuti, il pubblico si è alzato in piedi, qualcuno si è anche commosso.
Grandissima importanza ha riscontrato la musica, suonata in diretta da Franco Moretti, il quale ha saputo dare ad ogni scena la giusta interpretazione. Forse la parte migliore è stata quella dello “spettacolo all’interno dello spettacolo” in cui soltanto la musica, insieme alle espressioni perfette dei personaggi, faceva intendere quello che stava succedendo nella messa in scena degli attori “ingaggiati” da Amleto per far venire a galla la verità sulla morte di suo padre.
Notevole, anche, l’interpretazione delle due attrici, uniche donne, presenti sul palco insieme ai detenuti, Valentina Esposito e Daniela Mazarita, interpreti precisamente di Ofelia e Gertrude. Hanno saputo, almeno agli occhi di chi guardava, creare una certa complicità con gli altri attori. Questi ultimi sono riusciti a comunicare intense emozioni al pubblico e a suscitare forti sentimenti. Mi è capitato di parlare con persone che, guardandomi storto, abbiano risposto al mio entusiasmo per lo spettacolo con pessimismo, affermando che, nonostante gli attori abbiano “recitato bene”, non c’è bisogno di concedergli tanta attenzione perché restano pur sempre ergastolani, condannati a vivere in carcere per qualche terribile crimine commesso. In questi casi mi sono sentita in dovere di replicare, e rispondere che sebbene possano aver fatto cose spregevoli, sono più che convinta che nel loro cuore ci sia ancora un minimo di sensibilità e gentilezza, altrimenti non sarebbero stati in grado di comunicare nulla.
Grande merito va soprattutto a Fabio Cavalli, il regista, che per mesi e mesi ha lavorato pazientemente all’interno del carcere, chiuso a chiave in una sala con i detenuti, mettendo nel suo lavoro tutto l’impegno e la forza di volontà possibili. E visti i risultati, penserei che ne sia valsa la pena e che possa ritenersi più che soddisfatto.
Serena Levi

Secondo Scritto
È la scelta di far recitare i detenuti in dialetto, penso, che rende particolarmente efficace questa versione di Amleto. Il dialetto dà un’immediata sensazione di sincerità, di vissuto personale, caratterizza i personaggi differenziandoli l’uno dall’altro e li rende tutti credibili. L’opera diventa subito più attuale, perde tutti gli aspetti più “accademici” legati alla tradizione, quelli che rischiano di appesantirla e di allontanare il pubblico perché ne rendono difficile la comprensione. E poi in dialetto la recitazione risulta spontanea, convincente e sentita. Non si direbbe proprio una “recita” organizzata in un contesto molto particolare come quello di un carcere. È uno spettacolo che si potrebbe vedere benissimo su qualsiasi palcoscenico, senza “retropensieri” sulle origini e le motivazioni degli attori. Anche la mancanza di scenografia, le luci a volte violente e i costumi moderni ed essenziali contribuiscono a questa sensazione di assistere a una storia attuale.
Mi ha colpito molto Claudio - un “capofamiglia” modernissimo nella sua ambiguità, allo stesso tempo criminale e marito affettuoso, assassino spietato e bigotto pronto a battersi il petto cercando di provare pentimento – ma è stato soprattutto Orazio a farmi venire i brividi. Quando Amleto dovrebbe recitare il suo monologo si limita a un accenno, alla sola battuta iniziale  (“essere o non essere”) e avevo pensato che il regista avesse deciso di tagliare questi versi sin troppo famosi per non correre il rischio dell’accademia. E poi questo allestimento per esplicita dichiarazione del regista insiste molto meno sul problema del dubbio e sui rovelli esistenziali di Amleto. Così quando alla fine dell’opera si presenta Orazio (che in fondo è un Amleto minore, una copia un po’ sbiadita del principe) l’effetto è di vera sorpresa. E la traduzione in calabrese mi è sembrata felicissima, senza orpelli, immediata, quasi “fisica”. In effetti l’Amleto è un’opera molto “carnale” , il linguaggio del principe è sempre molto concreto, a volte persino violento e quasi sguaiato. Eppure prevale sempre l’immagine del principe super intellettuale assorto fra i suoi pensieri e lontano dal mondo. Questa rappresentazione mi sembra renda giustizia all’Amleto in carne e ossa, geloso marcio di sua madre, tentato dalla sensualità e furibondo contro le donne (cioè Ofelia) proprio perché ne è tanto attratto. Un Amleto che è una vittima, ma sa dimostrarsi anche cattivissimo – nei suoi rapporti con Ofelia ad esempio, oppure quando uccide Polonio per sbaglio senza rammaricarsene più di tanto o quando manda a morte i suoi due amici senza pensarci su due volte.
Un’altra scena che mi ha colpito è quella del teatro nel teatro, con le emozioni che si leggono sul viso degli attori e la musica di sottofondo. E tutto è chiaro anche senza i guitti che riproducono l’assassinio del vecchio re Amleto.
Infine, mi è sembrata molto significativa anche la scena dei becchini che riflettono sulla giustizia, o meglio sulle diverse giustizie di questo mondo, o forse addirittura sull’impossibilità di avere davvero giustizia in questa vita. E in effetti alla fine sono un po’ tutti colpevoli e tutti sono condannati a morire: arriva Fortebraccio e l’unico a sopravvivere è Orazio, che oltre a raccontare la vera storia di Amleto ne recita il monologo…
Giulia Gorgatti

Terzo Scritto
Circa quattro anni fa Shakespeare è entrato nel carcere di Rebibbia, grazie al contributo del regista Fabio Cavalli. Quest’ultimo si impegna duramente per far emergere la parte sensibile dei detenuti ergastolani, dirigendo le manovre per la messa in scena. Gli attori fanno parte della Compagnia dei Liberi Artisti Associati, un gruppo di detenuti uniti dalla passione per il teatro. Gli ultimi spettacoli rappresentati sono stati La tempesta e l’Amleto, inseriti però nell’ambito di una realtà moderna, in una città come Napoli, in cui si ha a che fare quotidianamente con la camorra e le sue conseguenze.  Gli attori hanno saputo rendere perfettamente l’idea, soprattutto grazie alla traduzione accurata nei diversi dialetti di origine (calabrese, napoletano, romano). Nell’Amleto (la rappresentazione realizzata più di recente) l’inizio dello spettacolo ha suscitato da subito interesse e curiosità, con gli attori che si rincorrevano in mezzo al pubblico, che guardava un po’ allibito e divertito uno spettacolo davvero fuori dal comune. È bastata una semplicissima scenografia, costituita da un lungo tavolo e delle sedie,  un gioco di luci  e la bravura degli attori a creare uno spettacolo entusiasmante e avvincente. Gli interpreti hanno saputo mettersi perfettamente nei panni dei loro personaggi, e forse, il più amato, o almeno uno dei favoriti, è stato Claudio, con la sua sete di potere e la sua ipocrisia, accompagnate da una vena di simpatia. Durante il suo monologo non è volata una mosca in sala: è riuscito ad attirare su di sé l’attenzione di tutti, emozionati dalle parole di apparente pentimento e dalla sua immagine illuminata e sola sul palco, piegata dall’insofferenza. Molto bello è stato anche il dialogo tra Amleto e sua madre, colmo di rabbia e tristezza, culminato con l’omicidio “involontario” di Polonio. Forse a dimostrazione, questo, di come le persone agiscano senza pensare, d’istinto, senza riflettere sulle conseguenze che derivano dalle loro azioni. In questo contesto, il regista è stato molto bravo ad attualizzare l’opera e a renderla interessante e costruttiva. Tra il pubblico anche tanti ragazzi provenienti dalle diverse scuole di Roma, che in questa occasione hanno avuto modo di confrontarsi con una realtà completamente sconosciuta e anche un po’ ignorata dalle istituzioni.  La musica ha rivestito un ruolo fondamentale, suonata al pianoforte dal vivo, ha contribuito a dare la giusta intonazione alle singole scene; la più evidente è stata probabilmente quella del teatro nel teatro, in cui gli attori rivolgevano i loro commenti e i loro gesti al vuoto, e solo la musica lasciava intuire cosa stesse succedendo sul palco a noi invisibile. Più o meno  simili erano le scene in cui appariva il fantasma del re. Una forte luce rossa si accendeva e i protagonisti guardavano oltre il pubblico, come se davvero fosse presente, là in sala, un fantasma. (Alla prima apparizione molte persone si sono davvero girate, pensando che stesse arrivando per il corridoio qualcuno con un lenzuolo bianco addosso!). I ruoli di Ofelia e Gertrude sono stati interpretati da due attrici della compagnia, non detenute, che hanno saputo lavorare professionalmente anche nell’ambito, non proprio comune, della prigione, accanto a persone che sono riuscite a mostrare la parte “buona” di sé.
Valentina Veltri Gomes

Quarto Scritto
A Rebibbia si è svolta la rappresentazione teatrale del famoso Amleto di Shakespeare: non una rappresentazione normale, lo ammetto, bensì una rivisitazione nel mondo attuale della suddetta storia: un’idea del regista, Fabio Cavalli, o un’idea collettiva di tutta la Compagnia dei Liberi Artisti associati (l’associazione nata da qualche anno con la collaborazione degli ospiti del carcere, accomunati dalla passione per il teatro). Un esperimento interessante, si può dire; una specie di similitudine con il Romeo + Juliet, film di Baz Luhrmann, del 1996: mentre quest’ultimo veniva generato dall’omonima tragedia di Shakespeare sullo sfondo di un’America sempre violenta ma attualissima, l’Amleto di Cavalli è una Napoli camorrista, dove mafia e corruzione si intrecciano con gli intrighi e le vendette di una famiglia in conflitto con se stessa, in cui le spade e gli archi vengono sostituite da pistole e mitra.
Forse una rivisitazione eccessivamente forzata, benché originale, ma nel complesso gradevole.
Attori protagonisti di questa esperienza i galeotti del carcere, con l’aggiunta di due attrici esterne per il ruolo di Ofelia e della madre di Amleto. Caratteristica interessante l’utilizzo dei dialetti: un misto di romano, napoletano, calabrese, che ci richiama e aumenta la creazione di questo mondo mafioso. Forse mancava il caratteristico siciliano, impronta indelebile nei boss dei film più famosi.
Ottima la recitazione generale e l’impegno degli attori e del regista: forse Amleto e Ofelia peccavano di un troppo superficiale conflitto interiore; una ricerca più intima dell’emotività da trasmettere allo spettatore sarebbe stata gradita, ma nel complesso hanno saputo ben immedesimarsi nei personaggi. E’ stata, infatti, priva di spessore la scena tra i due personaggi-amanti..il dialogo che nella tragedia shakespeariana è ricca di pathos e emozione non è stata resa al meglio, e ha lasciato un po’ di amaro in bocca.
Una scena gradita molto dal pubblico è stata, invece, la messa in scena dello spettacolo nello spettacolo, il momento in cui i protagonisti assistono allo spettacolo in cui si accusa indirettamente l’assassino; perla, infatti, della rappresentazione (particolarmente qui, ma anche nella messa in scena in generale) l’artista al piano che così bene ha rappresentato le varie scene mimiche: ha saputo creare perfettamente i momenti tesi e quelli rilassati, sapendo spiegare meglio delle parole la scena rappresentata.
Al di là dei giudizi personali, gli applausi finali hanno decretato la buona riuscita dell’opera: l’entusiasmo del pubblico ha fatto intendere quanto ne sia stato coinvolto ed emozionato; forse grazie al finale tremendamente ambiguo che il regista ha saputo creare: l’opera infatti non si conclude nella sua concezione tradizionale, bensì nell’attimo sospeso del duello tra Amleto e Laerte; un attimo in cui i due personaggi puntano una pistola l’uno contro l’altro, poi il buio improvviso e disarmante, ed ecco che si avvicina Orazio, unico personaggio visibile; e inizia il suo monologo, la fine del quale decreta anche la fine della rappresentazione.
Si spera, insomma, in una nuova rappresentazione della Compagnia dei Liberi Artisti Associati, sulle orme della Tempesta, e di quest’ultima, l’Amleto, in attesa di una nuova rivisitazione di un’altra opera di Shakespeare: siamo tutti curiosi di sapere a quale tragedia o commedia toccherà la prossima volta.
Prof.sa Anonima

Quinto Scritto
Eccolo, sembra ancora stampato nella mia mente quello spettacolo all’interno del carcere di Rebibbia, così bello ed emozionante, l’Amleto. A nulla valgono le parole per descrivere le emozioni suscitatemi da quella compagnia di attori, che non sono attori professionisti ma che avrebbero la carica e il potenziale per diventarlo. La Compagnia dei Liberi Artisti Associati, così si chiamano, e quel pomeriggio hanno saputo regalarmi qualcosa, qualcosa di magico.
Già dall’inizio l’attenzione del pubblico è stata catturata mirabilmente: la corsa tra il pubblico degli attori nella prima scena ha instaurato fin dal principio una sorta di legame tra platea e palcoscenico.
La rivisitazione di un Amleto non più tradizionalmente shakespeariano è stata un completo successo: la famosa storia dell’uomo che rischiò tutto; colui che abbracciò, con grande spirito di sacrificio, l’illusione della follia per vendicare il padre assassinato: una tragedia senza tempo che la Compagnia ha saputo adattare splendidamente ai giorni nostri.
Non più spade, armature o regni da governare: ciò che viene proposto è un mondo di mafia, di corruzione e sparatorie, vendette familiari legate più a film come il “Padrino” che a film di ambientazione cavalleresca; associate più nel contesto di una Napoli attualissima piuttosto che a un ipotetico Regno di Danimarca medievale.
Forse l’unica pecca di questa scelta di rivisitazione del regista è stato il taglio della misteriosa morte di Ofelia, la quale viene raccontata indirettamente dai becchini che ne portano la notizia e il cadavere. Un classico del teatro shakespeariano, un personaggio fondamentale e tipico del poeta, la chiave, insieme ad Amleto, del significato allegorico della tragedia (la Follia), meritava una scena in più.
Benché la recitazione complessiva degli interpreti di questo spettacolo sia stata stupenda e nell’insieme lodabile, un elogio speciale è necessario per i personaggi di Claudio e Orazio: recitazione impeccabile e immedesimazione perfetta e completa nella parte: l’uno l’assassino nascosto nelle vesti di uno zio amorevole, l’altro l’amico fidato e sempre pronto a guardare le spalle di Amleto. Ebbene, a questi due attori sono stati affidati due monologhi, e giuro che non ho mai tremato di fronte a un esempio così BELLO di recitazione. Si nota subito, già dalle prime parole, l’arte e la maestria di suscitare emozioni, in particolare dell’attore che impersona Claudio: incredibile l’emozione che ha saputo risvegliare nello spettatore.
Molto originale è stata anche la fine, la quale riesce a tenere col fiato sospeso chi guarda con una ambiguissima conclusione: la scena del duello tra Amleto e Laerte, pistole alla mano, termina infatti con l’attenzione del pubblico incentrata sul monologo di Orazio, unico personaggio rimasto visibile sulla scena, illuminato da un cono di luce.  Discorso saggio e pieno di verità, che permette allo spettatore di riflettere sulle importanti tematiche riscontrate durante la messa in scena.
Tanto di cappello, dunque, per questo spettacolo così bello ed entusiasmante che merita ogni attimo della sua rappresentazione. Chi si è avvicinato ad assistere a quest’opera senza aspettarsi granché è rimasto travolto da una carica e bravura inaspettata, e di certo ne è uscito con un arricchimento interiore notevole.  
Giulia Bonfiglioli

Sesto Scritto
L’8 Febbraio per la prima volta sono entrato in un carcere. È stata un’impressione strana e non sapevo cosa aspettarmi da questo “famoso” spettacolo fatto dai detenuti, di cui ho tanto sentito parlare da professori e compagni di scuola. I carcerati della Sezione di Alta Sicurezza di Rebibbia hanno rappresentato l’Amleto, la celeberrima opera di Shakespeare, ambientata nel mondo contemporaneo, nella Napoli impregnata di camorra. Gli attori avevano origini napoletane, calabresi, romane e colombiana, e la particolarità di questo spettacolo è che è stato tradotto nei rispettivi dialetti degli interpreti. Quando sono entrati in scena, sono rimasto subito colpito dalla loro inaspettata bravura, e hanno saputo coinvolgere il pubblico con il loro entusiasmo e la loro vitalità. Il coinvolgimento, tra l’altro, era dovuto anche al fatto che gli attori si trovavano proprio “fisicamente” a contatto con il pubblico, vista la loro entrata in scena dal fondo del teatro e le loro corse tra le poltrone degli spettatori. Mentre recitavano trasmettevano la loro voglia di continuare a vivere, nonostante la situazione difficile, e il bisogno di comunicare con le persone. Con i diversi spettacoli messi in scena negli ultimi tre- quattro anni hanno avuto modo, come ha affermato l’attore che interpretava Claudio, di “evadere” da quelle mura per un pomeriggio. Le scene si sono svolte in una scenografia povera di dettagli, ma ricca di significato. Quasi tutte le vicende si sono svolte intorno a un tavolo, quello in cui si è riunita la famiglia per piangere la morte del padre di Amleto e per festeggiare le nozze della madre con il cognato, quello intorno a cui i becchini hanno discusso del rapporto tra morte e giustizia (in seguito all’annegamento di Ofelia), quello che poi si è trasformato nel letto di Gertrude e sotto al quale si è consumato l’assassinio di Polonio.
 La recitazione in generale mi è sembrata ottima, tanto che se lo spettacolo si fosse svolto in un’ altro contesto, in un altro luogo, non avrei dubitato del fatto che quelli fossero attori di professione. Certo, come in tutte le rappresentazioni, erano presenti ruoli principali e ruoli secondari, qualcuno fungeva più da comparsa che altro, ma nel quadro generale hanno fatto valere tutti la propria personalità. Anche le ragazze, uniche donne nell’opera e attrici di professione, hanno saputo interpretare al meglio i loro personaggi e fare appassionare il pubblico.
Credo che lo scopo dello spettacolo fosse quello di far conoscere alla “gente comune” delle realtà che spesso vengono trascurate e neanche prese in considerazione da chi non ne è direttamente coinvolto: quella delle associazioni a delinquere, quali mafia, camorra, ‘ndrangheta, e gli effetti che ne derivano (nel caso specifico la morte e la vendetta, che si ripetono come in un circolo vizioso); la galera, luogo assai duro in cui vivere, un po’ per le regole (giustamente)  restrittive, un po’ per il semplice fatto di non vedere come cambia il mondo esterno. 
Personalmente, credo che questa sia stata un’esperienza che mi ha segnato, non dimenticherò quello che ho visto in quel teatro. Spero di poter assistere presto ad un nuovo spettacolo per incontrare nuovamente quegli attori che così bene hanno saputo raccontarmi la storia moderna di Amleto!
Andrea Vittori Antisari

Settimo Scritto
Ultimamente nel carcere di Rebibbia a Roma, una compagnia di attori ha messo in scena una rivisitazione in chiave moderna dell’Amleto di Shakespeare. Questa compagnia, creata all’interno del carcere, e quindi composta da membri carcerati, si chiama Compagnia dei Liberi Artisti Associati. Prima dell’Amleto avevano già recitato la Tempesta, sempre di Shakespeare, a cui non ho avuto il privilegio di assistere. Mi è invece capitata l’occasione di essere presente a una rappresentazione dell’Amleto. Ammetto che mi sono ritrovata in quel luogo con qualche riserva: in linea di massima non mi aspettavo granché. Osservavo gente trepidante, persone venute per la seconda visione dell’opera, e mi chiedevo che cosa ci trovassero di così interessante. Poi è accaduto: le luci si sono spente e lo spettacolo ha avuto inizio; due minuti, e tutte le mie riserve svanite, tutti i miei dubbi dissolti, per lasciare spazio alla meraviglia e all’incanto. Si vedeva che quegli attori ci mettevano il cuore, in quello che facevano: mostravano la loro arte in modo così semplice e immediato che era impossibile restare indifferenti. Lo spettacolo è iniziato con una corsa sfrenata verso il palco, tra il pubblico, di alcuni attori, e quindi la prima sorpresa della rappresentazione: non si trattava della messa in scena di un Amleto tradizionale. La chiave era tipicamente moderna, una Napoli attuale carica di mafia; non per niente i duelli medievali erano sostituiti da sparatorie degne del più classico dei thriller. È quindi in quest’ottica che si svolge la storia dell’uomo che vede morire il proprio padre per mano di uno zio perfido e approfittatore, e che per provarlo non ha che la parola di un fantasma. Parte così il gioco della follia, un gioco che porterà Amleto ad adempiere alla sua vendetta, ma al prezzo della distruzione totale. La bravura degli attori e la bellezza della scena creata e diretta dal regista, hanno tenuto incollato il mio sguardo verso il palcoscenico in maniera assoluta, cercando di non perdere nemmeno un attimo di quello spettacolo bellissimo. La scena in assoluto più bella è stata quella del monologo di Claudio: la passione e l’arte recitativa di questo personaggio erano sublimi. Sto cercando di rivivere adesso che sto scrivendo questa recensione le emozioni che ho provato in quel momento; strano come adesso il ricordo di queste sembra svanire, lasciando al suo posto una sensazione di gioia vaga, ma indelebile. A osservare quello spettacolo è incredibile pensare di trovarsi davanti degli attori non professionisti. Con la loro recitazione hanno dato prova di bravura ed eccellenza. E questa bravura è stato possibile mostrarla al meglio delle sue possibilità grazie al regista Fabio Cavalli; egli è riuscito a mettere insieme una compagnia organizzatissima, predisponendo ogni cosa (scena, copione, musica e altro) nel suo modo più dettagliato e in ogni suo particolare, ottenendo un risultato omogeneo e genuino. Bisogna quindi elogiare questa compagnia così bene assortita: il pomeriggio che hanno dedicato a noi pubblico mi ha lasciato una sensazione particolare, anche se difficilmente definibile. La mia speranza di riviverla al più presto è anche un augurio a chi leggerà queste righe di provarla in un’occasione prossima perché merita davvero.
Susanna Bonfiglioli